Novelle

Come le mosche d’inverno.

Oria_28

Le mosche di inverno mi hanno fatto sempre ridere.

Hanno perso la strada”, pensavo da bambino.

Saranno nate in un periodo sbagliato”, vaneggiavo qualche anno dopo.

La verità è che mangiano alla nostra stessa tavola, senza che nessuno le abbia invitate.

Commensalismo, dice la scienza.

Noia, sostengo io.

Ci ripenso proprio ora che ripercorro le stesse strade di quand’ero bambino.

Nonostante gli anni, nulla mi sembra cambiato: le stesse impressioni,  per il resto il tempo ha versato giorni e consumato pareti. Come a tavola: ti danno da mangiare per seppellire tutto in fondo allo stomaco. 

C’è ancora lo stesso muschio di allora intorno al marciapiede della scuola, ingiallito dalle acque e dal sole, dalle risacche di pioggia e dalla muffa di cartacce pregne di olio. Ricordo che ci facevo la sponda con le biglie e chissà quante ne avrò perdute, cadute oltre le grate della fogna. Ecco, quel muschio proietta ancora la stessa ombra: né il caldo, né gli inverni l’hanno schiodato dal marmo e forse, con un po’ di nostalgia, mi chiedo quale sia il mistero che lo lasci ancora lì, dopo interi decenni.

Radici, forse.

Quel che è certo, non è mai un mistero e mi pare stupido proprio adesso, interrogarmi su quanto io sia cambiato o quanto questo paese, alla fine, mi abbia cambiato. Perché te ne accorgi solo se ci ritorni e, a parte il muschio e le mosche, mi sembra che l’attesa – di ripartire e tornare – sia l’unica a non esser cambiata.

Appunto, mosche di inverno.

Ai miei tempi c’erano tante di quelle mosche, da far gare tra noi maschietti; mosche che sarebbero comunque morte anche senza la nostra inutile cattiveria. Dicono che sopravvivano due o tre settimane al massimo, il tempo di deporre migliaia di uova e ronzare felici ed ignare, nell’aldilà delle mosche.

O nell’aldilà, semplicemente.

Dopo tante di quelle due o tre settimane passate a mendicare vita, solo adesso, qui e su queste strade, sono certo di aver amato, ed è una sensazione simile all’attesa. Ripartire e tornare, come il mare: un moto che non s’acquieta mai, perché altrimenti ristagnerebbe. Commensalismo delle occasioni perse, raccattando briciole che qualcuno ha dimenticato per noia, stracci di storia appesa nella memoria buona, quella che ti fa sorridere in apnea silenziosa, assecondando ogni singola lacrima che cede a ciglia stanche. Felici. E libera adesso, vola la parte più sensibile, come di ali staccate dal petto che, prima o poi, moriranno per sempre tra i ricordi.

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