Novelle

Saltando pozzanghere

Ecco ora che ci penso, quel che mi ossessiona dell’umanità è l’uso eccessivo e inopportuno degli ombrelli. Se passeggio per il Corso, incontro teste rannicchiate su colletti di qualità, ben stirati e dai colori più variegati. Mi pare di vederne proprio uno qui davanti che mi viene incontro. I piedi allineati con le orecchie procedono battendo l’asfalto con una scansione che può quasi orchestrare pensieri, quelli più remoti e volgari, quelli che per intenderci forse non racconterebbe nemmeno al suo più fidato amico, perché è su di lui che intendono scagliarsi. Con il braccio sinistro realizza un angolo retto perfetto, una geometria del gesto che dimena forze su quel bastone sorretto all’insù. In cima alla mazza, a mo’ di cupola, padroneggia un bel tessuto, lucido già di suo per qualità della stoffa, ora come illuminato da due gocce di pioggia sospese e incerte. Ballano sull’ago nero che scende a strapiombo, marcato. Scivolano e si riaggrappano ondeggiando come stupide. In una frazione di secondo rallento il passo per contare ad occhio i metri che mi separano dall’individuo, dall’uomo-fungo che pare agganciato a peso morto sotto la raggiera del suo ombrello. Io rallento, lui accelera e allora non mi pare un caso che voglia sorpassarmi di gran fretta, non lo è, visto che la pelle dei suoi mocassini brilla ancora di lucido, mentre le suole di cuoio profumato danzano su anime d’acqua raggomitolate in piccole conche, come sputi di bitume. Gli archi concentrici dell’acqua descrivono un sorriso a tutto tondo e io rispondo a mia volta. Proprio ora, l’uomo-fungo mi sorpassa, supera la mia figura fradicia di una timida pioggia appena scesa: come per incanto inclina la frangia del suo ombrello a coprire il viso, verso me meschino e povero che di pioggia ne ho accolto sino all’ultima goccia. Stretti intorno al loro manico certo, altri individui operano allo stesso modo saltellando sugli altri sputi di bitume poroso sparsi qua e là. Mi passano oltre sino a quando finalmente solo, in questa via del Corso, riesco a vedere il cielo alto, bello, dipinto di natura senza spazio. Niente cupole scure e raggiere di pesi morti, niente manici e angoli retti, niente frange inclinate a coprire gli occhi. Solo io e il cielo bello. Mi viene da pensare a quella volta in cui Elisabetta era lì in silenzio ad attendere che dicessi qualcosa. Continuava a toccarsi i capelli in una maniera così naturale e sensuale che avrei voluto accompagnare la sua mano e sfiorarle dapprima le dita minute fin giù al viso; stette così a lisciare i suoi capelli e guardare in un piccolo spazio infinito accanto a miei occhi, che avrei giurato ci fosse il vuoto. Impressionato da tanta audacia, rimasi come incollato ai limiti del niente, dove né pensiero, né volontà e né tanto meno una sola parola, riuscivano a trovare aria. Attendeva una dichiarazione spalmata e dolce che le spettinasse i capelli, gli occhi e persino le labbra. Non osai tradire il mio solito nichilismo dell’impaccio, quello che mi faceva apparire imbranato e freddo, mentre un braciere di tozzi e caldi sentimenti scoppiettavano; non riuscii a dirle nulla, solo uno stupido “niente, così…”. Se solo quel cielo bello mi fosse apparso in quell’istante, sarei annegato nell’aria nuotando all’indietro per risalire. Mi sarei divertito a vederle strozzare l’ennesima lisciata di chioma, quasi annientata dal mio gesto imbarazzante, pronta comunque a lasciarsi sorprendere da una mia improvvisa follia. Niente, quel cielo bello non riuscivo a vederlo, perché vivevo ancora ai tempi dei miei primi vent’anni. Questo vedo ancora qui: ombrelli che danzano imitando i piedi dentro scarpe troppo pulite. Stringo gli occhi per decifrare quella macchia in fondo al Corso. Altri ombrelli, un alone come la chiazza in quello sputo di bitume ma senz’acqua. Secca. È una calca secca di ombrelli che incede sobbalzando di fossa in fossa, di pozzanghera in pozzanghera, ora incrociando gli aghi della raggiera, ora scontrandosi platealmente. Il profilo di uomo spoglio si disegna dal nulla, man mano che si dissipa il nucleo cupo della manica di ombrelli. Da lontano pare accorgersi di me e scalcia una pietra, divertito. Una saetta di sole leggera e timida gli illumina la spalla, lucida, bagnata, forse zeppa. Ha smesso di piovere da un po’ ma nessun ombrello ancora se n’è accorto. Nemmeno gli uomini-fungo con le loro frange abbassate sugli occhi. Decido allora di raggiungere quell’uomo solo, quello lì in fondo che continua a scalciare la stessa pietra tirandosela avanti a mo’ di compagnia. Quando gli arrivo vicino mi passa la pietra con un delicato colpo di pianta. Gliela rendo. Così giochiamo per un altre tre volte.

“Dove vai, uomo solo?”

“Dove ci sarà qualcuno con cui condividere questa stupida pietra”

“Che te ne fai di una pietra?”

Scuote la testa stupito.

“Ci serve una scusa. È solo una scusa per passarci del tempo. Con un po’ di tempo a disposizione e qualche pietra, si possono fare grandi cose. Da soli, i sassi possono sembrar macigni; insieme, un passa tempo per demolire barriere. A che serve ripararsi e mantenersi puliti, al sicuro, se si è infelici comunque? Un manico d’ombrello non mi ha mai fatto compagnia, né versato del vino o raccontato storie. Tutto ci piove addosso, comunque. Anche se al riparo, tutto ci bagna e non siamo mai pronti per le intemperie, né asciutti con un ombrello. Tanto vale bagnarsi e giocare insieme”

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