Novelle

Tanto di cappello.

Non che ci aveva tanto da fare colpo ma il Borsalino piantato sulla testa brizzolata di Leonardo gli conferiva quel tocco nobile e retrò da farti credere che fosse appena uscito  da una malinconica pellicola del ‘50. Se la accomodava sul cranio senza pressione che tanto gli pareva disegnato in testa anche nelle stagioni dei capelli lunghi. Ne erano passati di anni infatti ed oramai Leonardo e il suo Borsalino erano una cosa sola al punto che l’avresti pensato nudo e inutile senza il suo copricapo ancorato alle tempie. Era solito passarci una mano sopra, di tanto in tanto, per sentire ancora il feltro della prima volta, quello della promessa. La signora Teodora glielo aveva regalato per il suo trentesimo compleanno, strappandogli facilmente una promessa, tant’è che l’aveva desiderato.
“Sii gentile e saluta sempre. Anche quando non sei dell’umore giusto”.
La prima volta, dopo averlo scartato, glielo pose lei stesso sul capo, lo pizzicottò lievemente con il pollice e il medio e lo accarezzò. Da quella prima volta, l’impronta non era cambiata: c’era ancora quella sagoma di carezza, le sue mani, il feltro ancora vergine e caldo, quello che avrebbe sfidato gli inverni e gli odori, tra un ‘buongiorno’ e un ‘buonasera’ finalmente promessi.
I primi anni furono di addestramento, la signora Teodora non si perdeva d’animo nonostante le giornate di Leonardo diventavano sempre più pressanti e importanti: la sua azienda, quella ereditata dal padre con tanto sacrificio, finalmente pareva prendere il largo, assumeva i contorni ben più ampi delle aspettative, il mercato richiedeva novità e Leonardo gliene offriva, serrandosi nel suo ufficio che anno dopo anno assunse i contorni di un vero e proprio studio dai piani sempre più alti e inavvicinabili. La signora Teodora osservava suo marito in silenzio, vedeva la fatica dipingere sul suo volto boriosità e diffidenza, lo vedeva allontanarsi dagli affetti e stringere sempre più l’impegno sugli effetti.
”La gentilezza non pretende nulla. Sii gentile senza chiedere, senza interrogare, senza dubitare. Offri fiducia: la gente se ne infischia della tua posizione. Impara a infischiartene a tua volta”.
La storia si fa leggenda a volte e quella che pesava sul capo di Leonardo raccontava sempre più segretezza, mascherava l’infelicità di chi si rende schiavo del dovere e del lavoro. Lavorava tanto e senza sosta, non teneva in conto le dicerie o le promesse umane che tanto, alla fine, cadevano tutte nella vacuità delle debolezze. Si era chiuso in un mondo nel quale persino il battito del cuore era nient’altro che un meccanismo che funzionava. Niente più. Il suo per esempio, nemmeno lo avvertiva più da anni, come chi ormai abituato riesce a prender sonno circondato da mercantili che salutano all’approdo e alla partenza. Lo sguardo tenero e sincero della signora Teodora tuttavia, lo riportava in vita, riesumando da lontano la volontà di tener fede alla promessa fatta e al suo Borsalino. Senza troppo pensarci riprese a salutare gente, a esser cordiale, a tentare qualche occhiata verso chi di solito nemmeno avvertiva.
”Buona giornata, signorina…”
”Salve a lei, dottore…”
”Buonasera, vorrei un’informazione…”
Alla fine pareva davvero che la signora Teodora fosse riuscita a trasformare l’orco borioso e poco incline all’attenzione verso il prossimo, in un caldo e piacevole uomo dai modi gentili. C’era un tono di colori nuovo nel suo modo di fare, nei suoi occhi, in quel viso che ora mostrava lineamenti così evidenti che chissà dove erano rimasti sepolti durante tutti quegli anni.
“Che cosa è cambiato davvero?” chiese una sera incredulo alla sua Teodora.
”Forse il cuore è solo un bel meccanismo del quale non conosciamo bene il funzionamento” rispose sorridendo.
E doveva essere così, pensò Leonardo, se in tutti quegli anni aveva non era mai riuscito a stargli dietro davvero.

L’ultima volta che provò a chiedersi cos’era cambiato, fu l’estate di qualche anno dopo, in agosto, durante le vacanze, quando il meccanismo sconosciuto della signora Teodora, cessò inspiegabilmente di funzionare. Leonardo restò senza sole, senza cappello, ma solo con un berretto senza promesse: l’arma migliore per ripararsi dalla luce e dagli occhi di fronte. Si fece scorrere tutto addosso, senza reagire, senza mostrare fin troppo dolore perché altrimenti avrebbe preteso risposte, motivi, spiegazioni. Si fece passare addosso quell’estate, e anche l’autunno. Questo venne con il solito vento che gli scombinava i capelli brizzolati, l’invitava a tirar avanti ancora un’altra stagione, la stagione perfetta per il suo Borsalino. quello che gli calzava senza limiti o difetti, quello che gli conferiva un’aria austera e senza il quale sarebbe parso nudo.
“Perché non è bastato quel che ho fatto? Perché il destino si è messo a giocare con me?”
Ancora una domanda, quella sottaciuta per mesi, alla fine riemerse con affanno tra le lacrime insonni di chi non sa trovar posizione in nessun luogo. Spaesato.

Una sera, di ritorno dal lavoro, finalmente capì.
Era fermo ad un semaforo, quattro auto davanti a lui. Dall’isola pedonale al centro dell’incrocio sbucò un clochard, assiepato dietro i cartelli pubblicitari. L’uomo, alto un metro e ottanta circa, secco, cinereo, vestiva un soprabito con sacche scucite, pantaloni anneriti. Scalzo. Sul capo folto, un cappello a falde larghe, nero, con un bel nastro grigio. Stringeva tra le braccia un cucciolo e questi pareva così mansueto che si teneva ben saldo, senza troppo dimenarsi. Al lampeggiare secco del rosso, si fece largo tra i passanti che senza respiro cercavano di raggiungere l’altro capo dell’incrocio. Qualcuno lo pestò e il clochard per un attimo si chinò a terra. Nessuno dei pedoni gli si fece incontro, né si voltò per prestare soccorso, tanto meno a chieder scusa. Una leggera smorfia di dolore lo trapassò ancora quando si rialzò e zoppicando iniziò il suo pellegrinaggio tra le auto in sosta. Gli occhi di Leonardo puntavo dritto su quel fantasma a piedi scalzi, lo seguivano mentre zigzagava tra le auto in moto, i finestrini serrati e le mani che si agitavano per il più evidente dei rifiuti. E lui, il fantasma a piedi scalzi, per ogni automobilista, per ogni volto che incrociava, rispondeva sordo con un inchino e un sorriso, sollevando leggermente il cappello per poi ricomporsi come se nulla fosse stato.
”Teodora!” esclamò Leonardo e un sussulto dal petto sgorgò impetuoso. Quando il clochard fu davanti al suo finestrino, vide solo due labbra aprirsi in un sorriso, mentre lui seduto, al caldo, nella comodità della sua bella auto, non riusciva a smettere di piangere. Restarono così mezzo minuto, tra il concerto di clacson inviperiti e una nuova pace che metteva tutto sotto silenzio, finalmente.

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