Novelle

Tempeste.

“Sta cambiando il vento”
Lì su due piedi, non ci avevo fatto caso, ma quando la finestra urtò il battente, dovetti prestarci pensiero.
”Già, sta proprio cambiando!”
Mi accostai al vetro e lo vidi tremare. Così anche le sommità dei pini parevano inviperite e scosse da pungenti fruste del vento. Mi venne in mente allora Cime Tempestose e di come paradossalmente avevo letto quel libro qualche mese prima. Una vergogna assoluta, a parere di Elisa, ma per quel che sapevo, le uniche Cime degne di nota, erano quelle di Kate Bush.
Non mi ero appassionato facilmente a quelle pagine, perché ogni volta che mi fermavo a prender respiro, partiva nella mia mente il ritornello

“Heathcliff, it’s me, Cathy come home
I’m so cold, let me in a your window…”

e maledicevo Elisa per avermi piantato tra le mani la fissa per quel dannato libro.
“Quando arrivi alla fine, mi saprai dire…” continuava a ripetermi.
Le vicende poi s’incatenavano, apparivano addirittura fantasmi, racconti assurdi e notti passate in bianco in quella dannata casa di Wuthering Heights.
”Ma sei sicura di avere un buon ricordo di questo libro?” mi permisi allora di dire.
Fu la sera in cui Elisa decise di piantarmi in cucina con una forchetta aggrovigliata di spaghetti e la tv che trasmetteva uno spot di carta igienica. Mi lasciò così, col sugo che iniziava a macchiarmi i pantaloni e una voce suadente che aveva dei consigli su come pulirmi il culo. “Ottima mossa” pensai e sparecchiai perché mi era passata fame. Me ne andai a letto, mentre brillava sul comodino la lucida copertina di Cime Tempestose. La osservai e mi convinsi che la cosa migliore da fare era finire di leggere quel libro.

Al mattino continuavo a canticchiare. Il pomeriggio di ritorno dal lavoro, canticchiavo. La sera, mentre abbrustolivo una fetta di pane, canticchiavo ancora. La notte, non chiusi occhio, perché continuavo imperterrito a canticchiare.
Il giorno
seguente, la stessa storia con la variante della cena (un uovo al tegamino).
Il dì appresso, idem.
A fine settimana, crollai. Non ne potevo più: mi precipitai a casa di Elisa e rimasi con l’indice inchiodato sul campanello finché non decise di aprire.
”Hai finito il libro?”
Ero pronto a rispondere di sì, ma le uniche parole che fui in grado di dire furono
”E’ una settimana che non dormo, maledetto Bronte!”.
”…mi chiesi come chiunque potesse mai immaginare sonni inquieti per coloro che riposavano in quella terra quieta…
E questo ti valga di lezione, brutto stronzo, per tutte quelle volte che hai pensato di risollevarmi con una battuta del cazzo; per quelle volte in cui una semplice discussione non era mai una buona scusa per abbracciarmi; per quelle volte in cui ti sei distratto e mi hai lasciato andare senza fermarmi. Ti ci voleva un libro per non farti chiudere occhio?! Dove sei stato quei giorni in cui ero lì ad elemosinare attenzioni?!”

Era proprio vero: del vento che cambiava non me ne importava granché, perché l’unica preoccupazione era chiudermi per non sentire troppo freddo.

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