Novelle

La gente si confonde.

Di passi grandi lei ne faceva, specie nel lettone a pancia in giù: la testa appena affacciata sul cuscino e le braccia larghe ad abbracciare sogni quasi a due piazze. Così mi stringevo nel mio lembo di letto, accovacciato accanto al comodino e alla sveglia che sparava sul soffitto il suo fascio orario di luce rosso sangue. Le gambe inclini alla falcata poi, mostravano la sua voglia di procedere spedita lungo quelle proiezioni di desideri, nei pressi delle stelle, attraverso le quali solitamente riuscivamo a vedere il nostro destino, sostenendoci con le teste inclinate all’insù, come increduli.
Poi veniva il giorno e il fascio orario rosso sangue trillava lampeggiando: era ora di scendere e accomodarsi lentamente al pavimento della quotidianità, dove il cesso avrebbe continuato a puzzare se non avessi finalmente imparato a tirar giù l’acqua e dove una volta per sempre avevo intuito che delle micro gocce d’acqua, col tempo, formavano del calcare lungo gli argini del lavandino. Pattinavo a fatica spingendomi svogliato verso la cucina: immaginavo che non ci sarebbe stato del caffè fumante ad attendermi, ma una moka fredda e vuota tutta da riempire e montare pezzo per pezzo. C’era la lavastoviglie dei miei sogni ad attendere i piatti, ma questi ormai rassegnati, sapevano già che ciò che vedevo era solo frutto del mio disprezzo nei loro confronti: un paio di mani si sarebbe occupato ancora una volta di loro, ma nel pomeriggio magari, dopo la solita giornata di lavoro che avrebbe corroso le meningi e sprecato energie nelle più futili discussioni con clienti e colleghi.
E poi c’era l’immondizia da catalogare, le buste da far bisbigliare in quel silenzio della mattina; c’era la caffettiera da preparare per il suo risveglio e la sua auto da tirar fuori prima della mia partenza.
C’era sempre il suo qualcosa a cui pensare ed il mio solito a cui provvedere.
Eccetto che per le camicie. Erano la sua specialità. Era quasi un gioco il suo, ma sorprendermi con l’ennesima camicia stirata a puntino e nuova di zecca, pareva divertirla. Le si stropicciavano le gote in smorfie da bambina quando restava ferma sulla soglia della camera a spiarmi mentre spillavo fuori dal cassettone, una nuova, profumata, vivace e inaspettata camicia. Poi la guardavo e mi diceva – Ti piace? Si!! –. Certo che mi piaceva, ma lei aveva già fatto tutto da sola, domanda e risposta, perché in fondo i regali fanno più felici i donatori che i destinatari del regalo.
Così è quando si ama, ma non chiamatelo amore, davvero, che sennò la gente si confonde e non capisce.
Chiamatelo dimenticarsi, per esempio. Rende meglio.
Dimenticarsi di sé e di tutto ciò che fino a poco tempo prima ritenevi prioritario perché ciò che era importante, davvero col dimenticarsi non conta granché;
Dimenticarsi del tempo, perché quello che si vive, poi passa e non resta traccia se non quel poco che distrattamente hai creato col dimenticarsi;
Dimenticarsi dello spazio che ruota e che calpesti con prepotenza, delle voglie e delle speranze che ti eri costruito da solo, perché dimenticarsi a vicenda non può far male: mentre ti dimentichi di te, c’è già una persona che dimenticandosi di sé, sta prendendosi cura di te.
Questo è.
Equilibrio e alchimia di distrazioni in cui tutto, magicamente, funziona alla perfezione nonostante ciò che ruota intorno venga seppellito dalla polvere e dai giorni, dalle cose normali o dalle noie abituali: le cose non possono dimenticarsi ma restano tali nonostante tutto, a prescindere, e non fanno altro che ricordare che da soli ci si dimentica persino di che materia siamo fatti per vivere davvero.
Così è dunque, quando si ama, ma non chiamatelo sempre amore, che la gente davvero si confonde e non capisce.

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